Fondazione e non Polisportiva: la linea sottile che divide lo sport di Taranto

Fondazione e non Polisportiva: la linea sottile che divide lo sport di Taranto

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La confusione si genera sul vocabolo. Polisportiva non è Fondazione, e viceversa.

Al netto dell’indicazione iniziale, il termine che identifica l’insieme di molte realtà sportive coabitanti sotto lo stesso tetto, nei giorni pare essere caduto volutamente in disuso.
È mutato, non morto. Ha cautamente e correttamente virato verso una più responsabile “Fondazione”, cui al netto delle incomprensioni reali e strumentali, spetterà il compito di rilanciare gli sport trainanti del territorio che al momento non esistono più e che probabilmente senza l’idea targata Ferrarese, avrebbero rischiato di non guardare al prossimo futuro. Parafrasando, trattasi di salvagente, cui toccherà il ruolo di salvare chi ha alzato bandiera bianca, provando a convogliare su di esse le attenzioni di potenziali investitori. Attenzione: “salvare” non vuol dire “premiare”.

Operazione sportiva certo, che però nell’intrinseco non riesce a celare una natura “estetico – politica” fin troppo chiara. Che figura farebbe Taranto se all’alba dei Giochi, la città si presentasse senza assi da calare sul tavolo? Se nel nuovo stadio non ci fosse una realtà solida, concreta, capace di rappresentare la città dopo il disastro appena andato in scena? Se nel rimodernato PalaMazzola o in quel che sarà il futuristico PalaRicciardi, le canotte del CJ non provassero a corroborare quella tradizione fatta di canestri e sudore? Che figura farebbero i Giochi stessi se dovesse insinuarsi il messaggio che il prezzo da pagare per un’impiantistica di primissimo livello, è la morte delle realtà del territorio?

A completare “la mista” ci pensa il gioco della margherita: soldi pubblici o soldi provati? È questo il dilemma che manda in tilt “gli esclusi”, che poi esclusi non sono. Basta aggiustare il tiro: in alcun caso si è parlato di danaro pubblico, eccezion fatta per quell’idea venuta fuori come uno sbuffo malevolo, di stampare sulle canotte e sulle maglie il logone con i due marinai, figli dell’amore per Taranto del contradditorio Comandante Iachino, e che pare almeno al momento aver perso quota. Privato quindi e mai pubblico, con la Fondazione che poggia su soggetti non vincolati ad alcuna ratio di salvaguardia di tutto lo sport del territorio. Metto i soldi dove voglio, tanto per essere chiari.

Occorre comprendere con serenità che l’idea che nasce non è in alcun caso catalogabile come Polisportiva, non avrebbe motivo e forza di confrontarsi con un territorio nel quale, nonostante le difficoltà ci sono realtà che funzionano. Realtà che resistono, che avrebbero bisogno e diritto ad un serio aiuto, che dovrebbero poter contare supporto delle istituzioni, ma che in questo momento nulla hanno a che pretendere da un soggetto, che nasce come stampella per chi non c’è più.
La finestra aperta sul futuro lasciata da Ferrarese va bene, ma non dev’essere la soluzione. Per garantire quanto richiesto, oltre alle risorse personali necessarie a chi decide di investire nello sport, serve un confronto aperto con le istituzioni, con il futuro sindaco, serve sviluppare la rete del marketing spesso trascurata (quante delle realtà che hanno espresso il proprio disappunto possono contare su un’area che si occupa professionalmente di reperire sponsor? ndr). Urge che la politica locale diventi finalmente adulta, che riesca a ritagliarsi la propria autonomia in uno scacchiere nel quale le pedine sono nate tutte all’ombra del Ponte Girevole.
Serve tirare nel contesto Taranto, chi da Taranto trae profitto, urge comprendere come sia finalmente giunto il momento di esigere le royalties da chi produce utili sul territorio. Trasformare quanto “ceduto” a chi sfrutta il territorio in welfare, garantire a che respira le difficoltà della città una vita migliore sotto ogni aspetto: sanitario, piuttosto che scolastico, urbano ma anche sportivo.

Puntare ad una crescita vera, duratura, costante, questa dev’essere la sfida per Taranto, ad una seria sinergia tra pubblico e sport, non alle briciole che nel lungo non cambierebbero uno scenario sportivo desolante come pochi altri al mondo.

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Dario Gallitelli
sport@studio100.it


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